01/02/17

Sara Comuzzo su Versante Ripido

di Natalia Bondarenko

Si faceva la prima selezione dei testi del concorso di poesia Pensare-Scrivere-Amare organizzato dal Comune di Remanzacco (UD). Dopo aver letto le due poesie mandate da Sara Comuzzo, ho pensato per un attimo che la ragazza aveva le potenzialità da vincitrice. La prima impressione era giusta. Così è stato: grazie ai voti altissimi e univoci di tutta la giuria, la Comuzzo ha vinto la I° edizione del premio.
Fra le due poesie che Sara mandò per il concorso c’era anche questa, piccolina, che attirò molto la mia attenzione e si chiamava “Aragoste”:

Cosa ne sanno i bambini del nostro dolore
quando l’unico problema è una palla bucata?

Non rimane che ascoltare le urla delle aragoste,
guardare l’acqua della pentola tingersi arancione.
Voler chiedere loro se si innervosiscono

poco prima di essere bollite.

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http://www.versanteripido.it/lironia-e-una-cosa-seria-rubrica-di-n-bondarenko-15/

23/12/16

"Dizionario dei perfetti" di Francesco Di Lorenzo e Ferdinando Gaeta

Ideali sociali e democratici novecenteschi…
Siamo ad una certa distanza dai movimenti di massa del secolo scorso, che sono stati molto spesso utili e liberatori; movimenti operai, studenteschi, femministi e antirazzisti… Oggi abbiamo black bloc, canale 5 con Belpietro e Barbara D’Urso, qualche vegano che sputa nel nostro panino con il prosciutto e altre piccole realtà abbinabili alla parola “bullismo” e non si capisce in che materia vogliono affermarsi. È giusto chiedersi cosa c’è di ironico in tutto questo contesto?

Il tema del Comunitarismo mi ha fatto patire davvero. Ma scavando un po’ nella mia libreria casalinga, ho trovato un libro che mi ha aiutato a schiarirmi le idee. Vi ricordate quei due raccontini ‘francesi’ (“Madame Bovary e Gustave Flaubert” e “Yves Montand e Simone Signoret”) già pubblicati su Versante Ripido tempo fa, presi dal libro “Coppie” di due autori napoletani Francesco Di Lorenzo e Fernando Gaeta?.....

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11/12/16

inedita

Come si chiama quella cosa?
quando tu vivi da qualche parte del mondo
che, probabilmente, non ti appartiene
quando il mare si trova
a soli venti chilometri di distanza
il vento viene prevalentemente da nordest,
la pioggia da sudovest
e il sole ha il destino fragile
mentre dalla tua finestra vedi passare
soltanto
anni e anni d’incomprensioni.

Come si chiama quel pensiero perdurante?
quella teoria di una nostalgia più o meno sana
di un paese dove crescono molti cavoli,
dove le bufere di neve ti tolgono la vista,
e in chiesa si va solo per distribuire le scuse,
perché la vita da quelli parti si gusta con gli occhi
e la poesia si mangia al dente
dentro un monolocale, quattro per quattro,
dove si sta comodi solo se si sta abbracciati.

La perplessità sta nel non riconoscere più le cose,
dall' essere plagiati da un dettaglio
che non è affatto un dettaglio mentre
qualcosa di inavvertibile
si spiffera dalle finestre chiuse
e mette a dura prova il tuo midollo osseo
ormai modificato.


11.12.2016

03/12/16

IL DIALOGO CREATIVO - 2016

La vita privata e il potere delle immagini

Sono nata negli anni Sessanta, quando la macchina fotografica era un lusso. Ma, nonostante la mia famiglia fosse tutt’altro che ricca, i miei nonni avevano due macchine fotografiche e la camera oscura. Anzi, chiamarla così è un’esagerazione: nel bagno in comune con un’altra famiglia, qualche notte, quando tutti dormivano, i miei nonni approfittavano per chiudersi dentro e dedicarsi alla fotografia sviluppando le pellicole, riempiendo le vaschette con le sostanze chimiche e poi asciugando le foto sul filo della biancheria appendendole con le mollette. Come fotografi non erano bravi. Per me, la loro era tutta fatica sprecata, ma mi ci sono voluti degli anni per capire che la passione per la fotografia era più forte di qualsiasi notte insonne e di qualsiasi foto di qualità scadente.
Ora, sfogliando qualche volta l’album di famiglia, provo un grande senso di gratitudine per quei pochi scatti, grazie ai quali riesco a capire me stessa, la mia storia, rinnovare la memoria dei posti, dei tempi e degli eventi. Pensando alla mia famiglia che ha condotto una vita molto modesta e riservata (come, in realtà, era la vita di molti cittadini dell’Unione Sovietica), con i comportamenti pubblici e privati improntati a una grande moralità, è quasi incredibile riscoprire dopo molti anni alcune foto di mia madre che, essendo una grande esteta e artista, ha posato nuda per mia nonna in riva a un fiume, in una posa timida e innocente, alla maniera di una Venere botticelliana. Penso solo per un attimo che se queste foto fossero state scoperte allora, potevano essere interpretate assai male, con grande rischio per tutta la carriera di una giovane donna come allora era mia madre. E sono quasi felice che queste foto abbiano visto soltanto il fondo di un cassetto e dopo la sua morte siano capitate soltanto a me, anche se adesso non avrebbero fatto nessuno scalpore. Pensandoci bene, qua si intravede una certa incongruenza: potevi posare nudo nello studio di un pittore o all'Accademia delle Belle Arti, potevi essere immortalato con un pennello, ma non potevi essere fotografato. Nella fotografia, automaticamente, scattava il paragone con la pornografia,  anche se a volte le immagini andavano bene più per le lezioni di anatomia nelle scuole medie che per altro. Per rimanere in tema, parlando di usi e costumi, mi viene in mente un giorno caldissimo d’estate del 1980 quando non mi fu permesso di entrare in un cinema alle quattro di pomeriggio perché avevo un abito con le bretelle (perciò, le spalle quasi nude) che disturbavano la sensibilità della sessantenne controlla-biglietti.
Le immagini di quegli anni sono preziose per la loro semplicità, rarità e unicità. Dal fotografo si andava quattro, cinque volte nella vita, ci si preparava come per un matrimonio: il parrucchiere, il trucco, il miglior vestito, mezz’ora per mettersi in posa, luci che ti facevano sciogliere la cipria sul naso, i maschi arrabbiati e nervosi, le donne più propense a salvaguardare la memoria di famiglia, i bimbi vestiti come bambole, a volte in modo ridicolo, con i giocattoli che il fotografo teneva nello studio e metteva loro in mano per distrarli e procurare, dopo un’ora di prove, quell'unico sorriso,  preso quasi per esaurimento, che poi trovavi sulla foto.
Erano bravi i nostri fotografi sovietici. Ci sapevano fare con le persone. Magari perché era di moda il realismo: le feste popolari con le marce e le parate entusiasmanti, i bimbi nelle braccia dei padri, le bandierine rosse e i palloncini colorati, la musica che non si sente ma, guardando  le espressioni di pura felicità, sembra di sentirla. E poi, i ritratti degli operai e degli intellettuali, dei personaggi della scienza e della cultura: tutti messi in posa. Di solito, nel loro ambiente di lavoro. I visi pieni di sicurezza e la consapevolezza di essere i migliori. L’orgoglio della città e del paese.
Ogni tanto si riusciva a osservare qualche lavoro fotografico nei libri dedicati alle bellezze di qualche città: foto fatte veramente bene, professionalmente, notturni di altissima qualità, senza ritocchi. Immagini nitide e pulite. Perfette,  insomma. Questi libri costavano moltissimo e di solito venivano regalati in qualche occasione particolare o facevano parte di qualche omaggio o di un premio.

Nel frattempo, ogni tanto, anch’io prendevo la macchina fotografica di mia nonna, la famosa "Kiev", una macchina molto apprezzata in quelli anni dagli intenditori. Ricordo che dovetti fare da sola una specie di corso accelerato per imparare le regole elementari della fotografia. Fu allora che feci i miei primi esperimenti di sovrapposizione di una foto sull’altra. Sempre in bagno, nella camera oscura improvvisata, ma questa volta in casa mia e senza che nessuno mi potesse disturbare. Le foto però, da come ricordo io, erano e rimanevano una questione privata.
La pittura, invece, con la sua perfezione che dipendeva direttamente dalla mano del pittore, attirava più attenzione, era vista come una vera arte e per questo era più controllata. Per esporre nelle mostre più prestigiose, i quadri dovevano passare la selezione severa di una commissione di qualità del Ministero della Cultura. E, di solito, si sceglievano le opere di "grande valore"… propagandistico, anche. Non c’entravano più i manifesti con gli slogan dei pittori famosi russi degli anni Venti, Trenta e, direi, anche Quaranta, ma piuttosto un pensiero sottopelle, realista, sovietista, come esempio di una società migliore, illudendosi di rispecchiare in tutti sensi la grandiosa realtà del comunismo.
Poi, negli anni Ottanta, Novanta arrivarono le prime macchinette fotografiche più semplici da usare. Sempre a pellicola, ma più leggere e più veloci. Le macchinette per tutti. A volte mi sembra di aver vissuto gli anni più belli perché di quel periodo mi sono rimaste una valanga di foto stampate. Sono le immagini di ogni evento, di ogni esame, della tesi, del primo concerto, del primo amore: le foto con i capelli bagnati, con i capelli tinti o tagliati male, i visi senza trucco, i visi con troppo trucco, le immagini spontanee, le tavolate bandite durante le feste con e senza i bicchieri alzati e tutto il resto. Credo che noi, in questo modo, volevamo fermare il tempo, ricordare le cose belle e uniche, le cose che prendevano le vie nuove del cambiamento globale. Se guardiamo queste immagini, non pensiamo a quanto brutti o belli eravamo, a quanti chili di più o di meno pesavamo; queste foto sono la memoria dei nostri stati d’animo. È come sentire una vecchia canzone che ti ricorda un momento della tua vita particolare e paragonarla a un sentimento provato in quel momento… Infatti, soltanto noi, i complici di quelle immagini, possiamo "leggerle" e interpretarle: probabilmente la nuova generazione dei selfie ci prenderebbe per matti. 

E ora, mi chiederete cosa c’entrano le cose private con la questione del potere delle immagini, con l'arte e le diversità culturali.
Io non sono una saggista e nemmeno sono un’opinionista. Mi sono permessa di ricordare alcune cose perché sono un’artista, sono nata in una famiglia di artisti e continuo a frequentare l'ambiente artistico. Ho deciso di appellarmi alla mia esperienza personale, quella di una persona che ha vissuto diverse realtà, diverse epoche e diverse mentalità. Per questo penso che, indipendentemente, da dove e in che epoca vivi, le immagini di per sé hanno giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo della mente umana. «Per immaginare, la mente ha bisogno di immagini»: può sembrare quasi ovvia l'affermazione di Bruno Tognolini, contenuta nel saggio sulla lettura a voce alta Leggimi forte[1].
Il rapporto con le immagini, credo, inizia già in tenera età: per poter elaborare il proprio immaginario, per creare rappresentazioni e storie, noi abbiamo bisogno di possedere un bagaglio di immagini, perché per costruire il nostro "castello della vita" abbiamo bisogno di una buona scorta di "mattoncini diversi per forma, colore e grandezza". Infatti per un bambino in età prescolare, una delle principali fonti di immagini è rappresentata dalla lettura di libri illustrati, in cui le figure commentano e integrano il testo. A volte addirittura lo sostituiscono. Le immagini sono simboli che rappresentano oggetti: possono essere "lette", cioè decodificate, e "scritte", cioè disegnate. Se dobbiamo pensare al mondo intero, si capisce quanto alcuni paesi siano ancora lontani da questo modo di pensare e da questi paramenti di educazione, con evidenti conseguenze sulla società nella quale vivono.
Il mondo dell’arte è sempre stato più tollerante e pronto ad adattarsi alle situazioni. Con una certa sorpresa ho osservato lo sviluppo dell’arte moderna nei paesi dove governava e governa ancora il severo divieto di produrre le immagini dell’uomo. Per superare queste restrizioni, alcuni artisti hanno sfruttato le forme dei loro alfabeti e sono riusciti a creare l’illusione dei corpi femminili e le loro curve. La figura non si vede, ma si intravede in un movimento stilizzato. È sicuramente una forma di "protesta camuffata". È così che l’arte astratta e concettuale viene in aiuto ad alcuni artisti costretti a lavorare in ambienti restrittivi.
A questo punto vorrei dire due parole sull’arte. L'arte, nel suo significato più ampio, viene definita da Wikipedia come «attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza. Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni… Nel suo significato più sublime, l'arte è l'espressione estetica dell'interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell'artista nell'ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico».  Può sembrare un fiume di parole, ma in realtà fa capire che a un artista, di qualsiasi calibro egli sia, viene perdonato tutto. Di questo parla la storia dell’arte, con qualche eccezione durante i periodi "bui".
Il ruolo delle immagini e delle parole è fondamentale fin dalle origini dell’umanità. Probabilmente lingua e arte sono nate, e si sono evolute, insieme. Anche se esiste un detto con il quale non sono molto d’accordo che dice «un’immagine vale mille parole». Sicuramente, ma in casi molto particolari. Talvolta poche parole possono valere più di mille immagini. Spesso un’efficace combinazione di testo e di comunicazione visiva funziona meglio di quanto l’uno o l’altra potrebbero fare da sole. Può sembrare banale, ma in realtà non lo è. Anche se le parole dello storico tedesco dell’arte Hans Belting mi hanno fatto ripensare all’argomento: «Il culto delle immagini è ovunque e cancella i testi. Anche in passato erano importanti ma ora, grazie ai media, sono onnipervasive».
È chiaro che viviamo nell’era dell’immagine. Internet e social network sono diventati la fucina della nuova comunicazione. Basti pensare che su Twitter il più alto numero di retweet totalizzato è stato raggiunto proprio da una foto, quella che immortala l’abbraccio tra Barack Obama e la moglie dopo la rielezione alla Casa Bianca.
Ma uno dei problemi dell’immagine odierna (specialmente se è una fotografia) è che tendiamo a percepirla come "vera", cioè, uguale a ciò che vedremmo se fossimo lì a guardare con i nostri occhi. Non lo è mai. È sempre, in qualche modo, un'interpretazione. A volte mi piacerebbe sapere cosa pensano le persone che vivono in un paese molto diverso dal mio quando guardano le foto che noi postiamo (per esempio) su Facebook.
Le immagini ci aiutano o ci confondono?
Ricordo alcuni anni fa quando, appena iniziò il conflitto fra Ucraina e Russia, l’unico modo per sapere qualcosa era Facebook e Twitter. Nonostante la mia conoscenza di Photoshoop ed alcuni trucchetti fotografici, sono stata vittima di fotomontaggi apparsi allora. Alcune immagini di soldati ucraini in uniformi fasciste viaggiavano in un autobus di linea con i sottotitoli: "Naziskin a Kiev", il giorno dopo "Naziskin a Leopoli", e così via. Ancora più imbarazzante era l’immagine di due uomini (padre e figlio) la cui faccia era coperta di sangue e che venivano presentati come gli eroi di Maidan. La "bufala" uscì fuori quasi subito: un po’ di colore rosso rovesciato sulla faccia e la scena aveva avuto successo.
Ma, a parte questi due casi nei quali mi sono imbattuta personalmente, molto spesso provo una forte diffidenza verso le immagini che appaiono su Internet. Oggi abbiamo una quantità di informazioni più grande di tutta la precedente storia dell’umanità. Questa è, ovviamente, una risorsa. Ma non è e non può essere una garanzia di qualità. Non è un problema "nuovo". L’informazione e la comunicazione sono in gran parte false (o almeno confuse, imprecise e "parziali") anche quando sono "poche". La differenza, oggi, sta nel fatto che abbiamo molte più possibilità di dubitare e controllare. Ma non abbiamo ancora imparato bene a usare questa risorsa. Ho la netta sensazione che la democratizzazione abbia creato una proliferazione di "testimonianze" prive di qualsiasi valore. Invece, restano come fonte di piacere visivo e nello stesso tempo di testimonianza storica, ad esempio, le foto delle copertine del National Geographic.  Esse, nella fusione unica di bellezza e documento, hanno creato uno stile difficile da imitare. Uno stile  che resta un punto fermo nella storia e  che dà piacere intellettuale educando al gusto artistico.

Tornando a me… nel frattempo sono passata ad una macchina digitale, poi a una reflex e alla fine a una full-frame. Dicono (i fotografi veri) che sono già in ritardo. La quantità di foto che ho scattato è così grande che a volte mi chiedo se vale ancora la pena di continuare a portare tutti questi pesi quando basta un telefonino da pochi soldi per immortalare ogni secondo della propria vita. E sono sicura che non ci sia nessuna differenza fra un scatto fatto alle 12.00 e uno fatto (per esempio) alle 12.10. Viviamo in un mondo in cui alla fine ogni cosa è immagine. E vince sempre chi riesce a ottenere l'immagine "migliore".
Così, oggi, abbiamo tre canali per i quali l’immagine è diventata un elemento portante nella comunicazione di massa: pubblicità, giornalismo e Internet. Anche se devo dire, che ultimamente la fotografia domina anche le fiere d’arte, sostituendo l’arte fatta con il pennello. Non so se fra qualche centinaio di anni, questo fatto sarà chiamato "avanguardia" del ventunesimo secolo. Chissà. Magari ha ragione John Berger quando dice: «L’arte del passato non esiste più nelle forme in cui esisteva un tempo. La sua autorità si è persa. Al suo posto vi è il linguaggio delle immagini. Ciò che conta ora è chi usa questo linguaggio e a quali fini». Del resto è legittimo sospettare che nel momento in cui si afferma sempre più la fotografia, che semmai ritrae precisamente e non cerca di copiare la natura, l'arte abbia scelto altre forme per esprimersi, riponendo più attenzione alle sensazioni interne all'uomo, dando cioè voce e immagine al pensiero e all'inconscio.

E qua mi fermo… per non sprofondare in questioni che sono molto più grandi dei miei pensieri di "consumista" e di idealista, ma sicuramente so che, nonostante viviamo nell’epoca delle immagini, degli altri sappiamo molto e non sappiamo niente.
Anzi, pensiamo di essere dei professorini invece siamo ancora all'asilo.




[1] R. Valentino Merletti, B. Tognolini, 2006, p. 38