Visualizzazione post con etichetta narrativa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta narrativa. Mostra tutti i post

IL DIALOGO CREATIVO - 2016

La vita privata e il potere delle immagini

Sono nata negli anni Sessanta, quando la macchina fotografica era un lusso. Ma, nonostante la mia famiglia fosse tutt’altro che ricca, i miei nonni avevano due macchine fotografiche e la camera oscura. Anzi, chiamarla così è un’esagerazione: nel bagno in comune con un’altra famiglia, qualche notte, quando tutti dormivano, i miei nonni approfittavano per chiudersi dentro e dedicarsi alla fotografia sviluppando le pellicole, riempiendo le vaschette con le sostanze chimiche e poi asciugando le foto sul filo della biancheria appendendole con le mollette. Come fotografi non erano bravi. Per me, la loro era tutta fatica sprecata, ma mi ci sono voluti degli anni per capire che la passione per la fotografia era più forte di qualsiasi notte insonne e di qualsiasi foto di qualità scadente.
Ora, sfogliando qualche volta l’album di famiglia, provo un grande senso di gratitudine per quei pochi scatti, grazie ai quali riesco a capire me stessa, la mia storia, rinnovare la memoria dei posti, dei tempi e degli eventi. Pensando alla mia famiglia che ha condotto una vita molto modesta e riservata (come, in realtà, era la vita di molti cittadini dell’Unione Sovietica), con i comportamenti pubblici e privati improntati a una grande moralità, è quasi incredibile riscoprire dopo molti anni alcune foto di mia madre che, essendo una grande esteta e artista, ha posato nuda per mia nonna in riva a un fiume, in una posa timida e innocente, alla maniera di una Venere botticelliana. Penso solo per un attimo che se queste foto fossero state scoperte allora, potevano essere interpretate assai male, con grande rischio per tutta la carriera di una giovane donna come allora era mia madre. E sono quasi felice che queste foto abbiano visto soltanto il fondo di un cassetto e dopo la sua morte siano capitate soltanto a me, anche se adesso non avrebbero fatto nessuno scalpore. Pensandoci bene, qua si intravede una certa incongruenza: potevi posare nudo nello studio di un pittore o all'Accademia delle Belle Arti, potevi essere immortalato con un pennello, ma non potevi essere fotografato. Nella fotografia, automaticamente, scattava il paragone con la pornografia,  anche se a volte le immagini andavano bene più per le lezioni di anatomia nelle scuole medie che per altro. Per rimanere in tema, parlando di usi e costumi, mi viene in mente un giorno caldissimo d’estate del 1980 quando non mi fu permesso di entrare in un cinema alle quattro di pomeriggio perché avevo un abito con le bretelle (perciò, le spalle quasi nude) che disturbavano la sensibilità della sessantenne controlla-biglietti.
Le immagini di quegli anni sono preziose per la loro semplicità, rarità e unicità. Dal fotografo si andava quattro, cinque volte nella vita, ci si preparava come per un matrimonio: il parrucchiere, il trucco, il miglior vestito, mezz’ora per mettersi in posa, luci che ti facevano sciogliere la cipria sul naso, i maschi arrabbiati e nervosi, le donne più propense a salvaguardare la memoria di famiglia, i bimbi vestiti come bambole, a volte in modo ridicolo, con i giocattoli che il fotografo teneva nello studio e metteva loro in mano per distrarli e procurare, dopo un’ora di prove, quell'unico sorriso,  preso quasi per esaurimento, che poi trovavi sulla foto.
Erano bravi i nostri fotografi sovietici. Ci sapevano fare con le persone. Magari perché era di moda il realismo: le feste popolari con le marce e le parate entusiasmanti, i bimbi nelle braccia dei padri, le bandierine rosse e i palloncini colorati, la musica che non si sente ma, guardando  le espressioni di pura felicità, sembra di sentirla. E poi, i ritratti degli operai e degli intellettuali, dei personaggi della scienza e della cultura: tutti messi in posa. Di solito, nel loro ambiente di lavoro. I visi pieni di sicurezza e la consapevolezza di essere i migliori. L’orgoglio della città e del paese.
Ogni tanto si riusciva a osservare qualche lavoro fotografico nei libri dedicati alle bellezze di qualche città: foto fatte veramente bene, professionalmente, notturni di altissima qualità, senza ritocchi. Immagini nitide e pulite. Perfette,  insomma. Questi libri costavano moltissimo e di solito venivano regalati in qualche occasione particolare o facevano parte di qualche omaggio o di un premio.

Nel frattempo, ogni tanto, anch’io prendevo la macchina fotografica di mia nonna, la famosa "Kiev", una macchina molto apprezzata in quelli anni dagli intenditori. Ricordo che dovetti fare da sola una specie di corso accelerato per imparare le regole elementari della fotografia. Fu allora che feci i miei primi esperimenti di sovrapposizione di una foto sull’altra. Sempre in bagno, nella camera oscura improvvisata, ma questa volta in casa mia e senza che nessuno mi potesse disturbare. Le foto però, da come ricordo io, erano e rimanevano una questione privata.
La pittura, invece, con la sua perfezione che dipendeva direttamente dalla mano del pittore, attirava più attenzione, era vista come una vera arte e per questo era più controllata. Per esporre nelle mostre più prestigiose, i quadri dovevano passare la selezione severa di una commissione di qualità del Ministero della Cultura. E, di solito, si sceglievano le opere di "grande valore"… propagandistico, anche. Non c’entravano più i manifesti con gli slogan dei pittori famosi russi degli anni Venti, Trenta e, direi, anche Quaranta, ma piuttosto un pensiero sottopelle, realista, sovietista, come esempio di una società migliore, illudendosi di rispecchiare in tutti sensi la grandiosa realtà del comunismo.
Poi, negli anni Ottanta, Novanta arrivarono le prime macchinette fotografiche più semplici da usare. Sempre a pellicola, ma più leggere e più veloci. Le macchinette per tutti. A volte mi sembra di aver vissuto gli anni più belli perché di quel periodo mi sono rimaste una valanga di foto stampate. Sono le immagini di ogni evento, di ogni esame, della tesi, del primo concerto, del primo amore: le foto con i capelli bagnati, con i capelli tinti o tagliati male, i visi senza trucco, i visi con troppo trucco, le immagini spontanee, le tavolate bandite durante le feste con e senza i bicchieri alzati e tutto il resto. Credo che noi, in questo modo, volevamo fermare il tempo, ricordare le cose belle e uniche, le cose che prendevano le vie nuove del cambiamento globale. Se guardiamo queste immagini, non pensiamo a quanto brutti o belli eravamo, a quanti chili di più o di meno pesavamo; queste foto sono la memoria dei nostri stati d’animo. È come sentire una vecchia canzone che ti ricorda un momento della tua vita particolare e paragonarla a un sentimento provato in quel momento… Infatti, soltanto noi, i complici di quelle immagini, possiamo "leggerle" e interpretarle: probabilmente la nuova generazione dei selfie ci prenderebbe per matti. 

E ora, mi chiederete cosa c’entrano le cose private con la questione del potere delle immagini, con l'arte e le diversità culturali.
Io non sono una saggista e nemmeno sono un’opinionista. Mi sono permessa di ricordare alcune cose perché sono un’artista, sono nata in una famiglia di artisti e continuo a frequentare l'ambiente artistico. Ho deciso di appellarmi alla mia esperienza personale, quella di una persona che ha vissuto diverse realtà, diverse epoche e diverse mentalità. Per questo penso che, indipendentemente, da dove e in che epoca vivi, le immagini di per sé hanno giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo della mente umana. «Per immaginare, la mente ha bisogno di immagini»: può sembrare quasi ovvia l'affermazione di Bruno Tognolini, contenuta nel saggio sulla lettura a voce alta Leggimi forte[1].
Il rapporto con le immagini, credo, inizia già in tenera età: per poter elaborare il proprio immaginario, per creare rappresentazioni e storie, noi abbiamo bisogno di possedere un bagaglio di immagini, perché per costruire il nostro "castello della vita" abbiamo bisogno di una buona scorta di "mattoncini diversi per forma, colore e grandezza". Infatti per un bambino in età prescolare, una delle principali fonti di immagini è rappresentata dalla lettura di libri illustrati, in cui le figure commentano e integrano il testo. A volte addirittura lo sostituiscono. Le immagini sono simboli che rappresentano oggetti: possono essere "lette", cioè decodificate, e "scritte", cioè disegnate. Se dobbiamo pensare al mondo intero, si capisce quanto alcuni paesi siano ancora lontani da questo modo di pensare e da questi paramenti di educazione, con evidenti conseguenze sulla società nella quale vivono.
Il mondo dell’arte è sempre stato più tollerante e pronto ad adattarsi alle situazioni. Con una certa sorpresa ho osservato lo sviluppo dell’arte moderna nei paesi dove governava e governa ancora il severo divieto di produrre le immagini dell’uomo. Per superare queste restrizioni, alcuni artisti hanno sfruttato le forme dei loro alfabeti e sono riusciti a creare l’illusione dei corpi femminili e le loro curve. La figura non si vede, ma si intravede in un movimento stilizzato. È sicuramente una forma di "protesta camuffata". È così che l’arte astratta e concettuale viene in aiuto ad alcuni artisti costretti a lavorare in ambienti restrittivi.
A questo punto vorrei dire due parole sull’arte. L'arte, nel suo significato più ampio, viene definita da Wikipedia come «attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza. Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni… Nel suo significato più sublime, l'arte è l'espressione estetica dell'interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell'artista nell'ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico».  Può sembrare un fiume di parole, ma in realtà fa capire che a un artista, di qualsiasi calibro egli sia, viene perdonato tutto. Di questo parla la storia dell’arte, con qualche eccezione durante i periodi "bui".
Il ruolo delle immagini e delle parole è fondamentale fin dalle origini dell’umanità. Probabilmente lingua e arte sono nate, e si sono evolute, insieme. Anche se esiste un detto con il quale non sono molto d’accordo che dice «un’immagine vale mille parole». Sicuramente, ma in casi molto particolari. Talvolta poche parole possono valere più di mille immagini. Spesso un’efficace combinazione di testo e di comunicazione visiva funziona meglio di quanto l’uno o l’altra potrebbero fare da sole. Può sembrare banale, ma in realtà non lo è. Anche se le parole dello storico tedesco dell’arte Hans Belting mi hanno fatto ripensare all’argomento: «Il culto delle immagini è ovunque e cancella i testi. Anche in passato erano importanti ma ora, grazie ai media, sono onnipervasive».
È chiaro che viviamo nell’era dell’immagine. Internet e social network sono diventati la fucina della nuova comunicazione. Basti pensare che su Twitter il più alto numero di retweet totalizzato è stato raggiunto proprio da una foto, quella che immortala l’abbraccio tra Barack Obama e la moglie dopo la rielezione alla Casa Bianca.
Ma uno dei problemi dell’immagine odierna (specialmente se è una fotografia) è che tendiamo a percepirla come "vera", cioè, uguale a ciò che vedremmo se fossimo lì a guardare con i nostri occhi. Non lo è mai. È sempre, in qualche modo, un'interpretazione. A volte mi piacerebbe sapere cosa pensano le persone che vivono in un paese molto diverso dal mio quando guardano le foto che noi postiamo (per esempio) su Facebook.
Le immagini ci aiutano o ci confondono?
Ricordo alcuni anni fa quando, appena iniziò il conflitto fra Ucraina e Russia, l’unico modo per sapere qualcosa era Facebook e Twitter. Nonostante la mia conoscenza di Photoshoop ed alcuni trucchetti fotografici, sono stata vittima di fotomontaggi apparsi allora. Alcune immagini di soldati ucraini in uniformi fasciste viaggiavano in un autobus di linea con i sottotitoli: "Naziskin a Kiev", il giorno dopo "Naziskin a Leopoli", e così via. Ancora più imbarazzante era l’immagine di due uomini (padre e figlio) la cui faccia era coperta di sangue e che venivano presentati come gli eroi di Maidan. La "bufala" uscì fuori quasi subito: un po’ di colore rosso rovesciato sulla faccia e la scena aveva avuto successo.
Ma, a parte questi due casi nei quali mi sono imbattuta personalmente, molto spesso provo una forte diffidenza verso le immagini che appaiono su Internet. Oggi abbiamo una quantità di informazioni più grande di tutta la precedente storia dell’umanità. Questa è, ovviamente, una risorsa. Ma non è e non può essere una garanzia di qualità. Non è un problema "nuovo". L’informazione e la comunicazione sono in gran parte false (o almeno confuse, imprecise e "parziali") anche quando sono "poche". La differenza, oggi, sta nel fatto che abbiamo molte più possibilità di dubitare e controllare. Ma non abbiamo ancora imparato bene a usare questa risorsa. Ho la netta sensazione che la democratizzazione abbia creato una proliferazione di "testimonianze" prive di qualsiasi valore. Invece, restano come fonte di piacere visivo e nello stesso tempo di testimonianza storica, ad esempio, le foto delle copertine del National Geographic.  Esse, nella fusione unica di bellezza e documento, hanno creato uno stile difficile da imitare. Uno stile  che resta un punto fermo nella storia e  che dà piacere intellettuale educando al gusto artistico.

Tornando a me… nel frattempo sono passata ad una macchina digitale, poi a una reflex e alla fine a una full-frame. Dicono (i fotografi veri) che sono già in ritardo. La quantità di foto che ho scattato è così grande che a volte mi chiedo se vale ancora la pena di continuare a portare tutti questi pesi quando basta un telefonino da pochi soldi per immortalare ogni secondo della propria vita. E sono sicura che non ci sia nessuna differenza fra un scatto fatto alle 12.00 e uno fatto (per esempio) alle 12.10. Viviamo in un mondo in cui alla fine ogni cosa è immagine. E vince sempre chi riesce a ottenere l'immagine "migliore".
Così, oggi, abbiamo tre canali per i quali l’immagine è diventata un elemento portante nella comunicazione di massa: pubblicità, giornalismo e Internet. Anche se devo dire, che ultimamente la fotografia domina anche le fiere d’arte, sostituendo l’arte fatta con il pennello. Non so se fra qualche centinaio di anni, questo fatto sarà chiamato "avanguardia" del ventunesimo secolo. Chissà. Magari ha ragione John Berger quando dice: «L’arte del passato non esiste più nelle forme in cui esisteva un tempo. La sua autorità si è persa. Al suo posto vi è il linguaggio delle immagini. Ciò che conta ora è chi usa questo linguaggio e a quali fini». Del resto è legittimo sospettare che nel momento in cui si afferma sempre più la fotografia, che semmai ritrae precisamente e non cerca di copiare la natura, l'arte abbia scelto altre forme per esprimersi, riponendo più attenzione alle sensazioni interne all'uomo, dando cioè voce e immagine al pensiero e all'inconscio.

E qua mi fermo… per non sprofondare in questioni che sono molto più grandi dei miei pensieri di "consumista" e di idealista, ma sicuramente so che, nonostante viviamo nell’epoca delle immagini, degli altri sappiamo molto e non sappiamo niente.
Anzi, pensiamo di essere dei professorini invece siamo ancora all'asilo.




[1] R. Valentino Merletti, B. Tognolini, 2006, p. 38

dal romanzo "Vorrei chiamarti mamma"


«Il mio matrimonio? Va bene…»

(Il mio matrimonio… va quasi bene, tranne quei giorni quando Renato torna dalle sue trasferte di lavoro: entra in casa, posa le sue valige, mi scarica la sua roba sporca, si cambia e va a trovare la sua famiglia che vive a cinquanta chilometri da casa nostra. A volte vado anch’io, partecipo alla grande tavolata per sentirlo raccontare quanto gli indiani sono fessi perché credono soltanto in un cocco spaccato come benedizione e si arrabbia: “…ma se la macchina non la riparo io – puoi spaccare tutti cocchi che vuoi, la macchina (un cazzo!) si metterà in moto.” E poi, sotto un “ha-ha-ha” uniforme, racconta come sono stupide le ragazze che riesce a portarsi a letto e che quelle sono dappertutto uguali: tutte vogliono venire a letto con un italiano. Di solito faccio finta di non aver capito l'italiano e mi nascondo sotto la risata spregiudicata di sua madre.)

«Il mio matrimonio? Non può che andare bene, perché da quando abbiamo comprato il nostro piccolo appartamentino a Milano… diciamo, alla fine di viale Monza… diciamo, a Sesto San Giovanni, la mia vita non è più come prima. I nostri vicini sono tutti i lombardi o veneti. E, a questo punto, nonostante sono atea, mi faccio il segno della croce perché almeno un problema del mio marito è stato superato: nel nostro palazzo, nonostante la zona, stranamente, non ci sono i terroni. Chi sono i terroni? Sono quelli che danno fastidio a mio marito, sono sempre italiani, e, per spiegarti meglio… tu ricordi quel georgiano che abitava nel nostro palazzo in affitto e vendeva la frutta secca al mercato e tu parlavi sempre male di lui perché lui speculava su di noi, andava in giro con il coltello in tasca, beveva molto e faceva casino con le donne? Non è la stessa cosa, ma tu dicevi che i georgiani sono diversi da noi e lo disprezzavi. Ecco, lo stesso disprezzo prova mio marito verso la gente del Sud, ma per tutt’altri motivi. Perciò, non sto più chiusa nella mia stanza per paura di uscire e trovare la porta del bagno spalancata dove, con i pantaloni tirati giù, trovavo sempre o suo padre, o suo fratello… (Sai, mamma, in Italia si condivide tutto, anche il dolore dello spingere per far uscire la parte del corpo che si deve evacuare.) Ora esco. Anzì, scendo… come si dice qua. E poi, mi sembra di essere a casa nostra: sotto il mio appartamento c’è un circolo di comunisti… ho notato all'ingresso un cartello con la falce e martello, ed ogni volta, quando passo davanti, mi salutano a modo loro, con “Questa gnocca è una delle nostre!” Non mi chiedere che significa la parola ‘gnocca’. Centra poco con il cibo.»


Chiacchiere da bar



Racconto di Natalia Bondarenko



“Io ho risolto il problema scaricando tutto sul disco rigido.”
“Cioè?”
“Metto tutto sul disco D.”
L'ingegnere, il ‘medico curante’ del mio portatile, un ragazzo trentenne, con gli occhiali scuri da secchione, bocca stretta e sguardo pungente, beve l’acqua frizzante, mi guarda e poi maliziosamente sorride:
“Ma guarda che anche C è rigido…”
“È rigido?”
Rimango perplessa per un attimo.

La calura è così forte che spacca persino il porfido che scricchiola le sue lamentele a vuoto, mentre sotto il tendone accanto a noi si accomoda un’anziana signora di un’età sicuramente proibita per girare a quell’ora del giorno, per di più, vestita di un vecchio tailleur a fiori, tanto da sembrare uno scampolo di una tenda d'epoca.
Guarda verso la porta del bar nell'attesa della barista che tarda ad arrivare.

Intanto che guardo pietosamente la vecchietta e penso a quello che mi ha detto prima il mio amico, lui va avanti come la Ferrari dei tempi migliori:
Il disco rigido sta vedendo seriamente sfidato il suo primato da parte dei nuovi dischi a stato solido… che sono destinati probabilmente in futuro a soppiantarlo. Infatti, se tu ricordi, i floppy disk… “ e per un attimo si pianta a metà frase proprio come a volte si pianta il mio PC quando dimentico di scaricare l’aggiornamento anti-virus, “insomma… floppy… è come dire ‘floppe’… nel senso… fiappo.”
“Cos’è fiappo?” rispondo automaticamente.

La vecchietta si gira verso di noi e poi, bruscamente, torna a guardare verso la porta del bar; della barista non c'è traccia.

“Il dischetto…” il mio amico parla guardando dentro al bicchiere, osservando le striature che
coprono il vetro e opacizzano tutta la trasparenza del vetro.
“Quale dischetto?” e mi sforzo di comprendere, “non ne ho mai usati…”
La vecchietta si gira verso di noi e poi subito torna a guardare verso la porta del bar, della barista non c'è traccia.
 “Floppy… a differenza dei rigidi, il floppy è facilmente maneggiabile e riconoscibile anche da parte di chi non capisce una mazza… come te, per esempio…” ma non ride perché è sicuro di avere una deficiente informatica del primo livello e per lui è una questione seria.
“Ma il rigido…”
“Cosa… rigido?” lo interrompo continuando ancora ad immaginare un misterioso floppy disk, mai visto.
“Il disco rigido anche chiamato hard disk drive… cioè, semplicemente Hard disk.”
“Hard?” la mia confusione aumenta.
L’ingegnere fa lo sguardo da ingegnere e non risponde.     
“Ahahahah!!!“ rido, “Hard? È  quasi come dire porno! Porno disco…”

La vecchietta si gira verso di me e mi fissa come un nemico del popolo. Ma io non la vedo: sono seduta di lato e con l’angolo dell’occhio vedo una sagoma di cappelli bianchi vacillare a destra e sinistra. Il prosecco è acido, caldo, imbevibile e manca qualcosa da mettere sotto i denti: mancano le patatine.
L’ingegnere (non so come) capta il mio pensiero, poi commenta:
“Manca la patata…”
“Sì, manca la patata…” ripeto senza capire il doppio senso: il mio italiano, dopo trent’anni, lascia ancora desiderare.

La vecchietta tira fuori dalla borsetta anni ‘60 il fazzoletto, cerca di asciugare il lato dell’occhio che luccica e approfitta per squadrare meglio l'ingegnere.

“In ogni caso, D e C… sono entrambi hard… cioè duri, e non credere a chi ti dice che salvano…”
“Allora, hard e rigido è la stessa cosa?” confermo così la mia completa ignoranza.
“Si, diciamo che D è leggermente più rigido di C… ma in realtà è la stessa cosa… se anche la rigidità è una cosa relativa, importante è che lo usi bene… secondo me ti fai troppe seghe mentali… ‘rigido’, ‘non rigido’…. Devi guardare anche i pollici.”
“Cosa sono i pollici?”
“È la misura… il mio per esempio è di 24 pollici, che sono circa 60 centimetri… manca la patata, però….”
E ride di gusto.
La vecchietta si gira di nuovo e lo squadra per bene. Lui però non la vede: è seduto come me,  di lato, e secondo me ha seri problemi di vista perché strizza gli occhi per vedere meglio il suo bicchiere nonostante gli occhiali che sembrano i fondi della bottiglia.
 “Sessanta centimetri di cosa?” metto inconsciamente legna sul fuoco.
“È il diametro… ma ora ci sono anche più grandi….”

La vecchietta spalanca gli occhi stirando così tutte le sue rughe, acquistate nella sua, valorosamente semplice vita

“E poi, i floppy… ormai non ci sono più…. Che palle, però, bisognava metterlo dentro ogni volta… E quando si incastrava e non voleva uscire? Che presa per il culo!!!!”
“Perché si incastrava?”
“Perché é floppy ! Fiappo, po’…”
“Fiappo?”
“Si, fiappo!”

A questo punto la vecchietta si alza e va via. Ma passando accanto all’ingegnere nella foga dell'incedere, la sua borsetta incrocia il cranio del mio amico proprio nel momento in cui lui sta sorseggiando la sua acqua gassata con ghiaccio. La bevanda gli va di traverso, l'ingegnere quasi si soffoca e l’unica cosa che esce dalla sua bocca – è un grido di corde vocali affogate che si stende come l’allarme dell’alluvione su tutto  il corso Garibaldi:
 “Cazzooooooooooooooo!!” 

Letare mai spedide (Lettera mai spedita)


Conte di Natasha Bondarenko (in friulano) dal libro 'Pensâ a art', 2009



“Ai 9 di Novembar dal 1995. Milan   

Mandi, ‘ma’!
Purpùr tu tu continuis a bachetâmi pal gno mût di clamâti ‘ma’, jo non lu gambiarai mai.
No rivi, scusimi, par me tu sês simpri ‘ma: di pocjis peraulis e decise, fuarte e propotente, tu tu jeris simpri chê ingjenue despote, che e veve sperance tai miei vueits di memorie e cu la rispueste simpi pronte che non si podeve fâ in altre maniere, che i timps e jerin dûrs e che jo o jeri masse vivace. Al pues jessi che tu vedis cancelât cun proposit i tiei erôrs e no tu schercis su chest argoment disint che mi soi insumiade dut. ‘Ma’, la schene mi dûl inmò. Chê puare schene di frute di trê agns, non dal dut formade e leade tal schenâl de cjadree par tignîmi ferme… tu tu crodevis che cul passâ dal timp o varès dismenteât par vie de aparente lizerece dal gno caratar o pe mê profonde positivitât tai confronts dal mont (cuissà parcè che dopo dut, ancje chê e fâs part di me).
Mi visi mâl la tô muse, mi visi mâl ce che tudisevis, ma mi visi ben che no tu jeris mai. O, no… nol è propìt cussì. Tu jeris, tu cjaminavis devant di me, assente, preocupade, rabiose; tu bruntulavis, ma no cun me. Tu jeris cussì par vie dal to lavôr. E jo, leade ae cjadree par no disturbâti, o zuiavi cu lis primis baiis – i lapis. I lapis dome neris tant che la tô assolude e rigorose avarizie sentimentâl. Tal profont dal gno piçul cûr mi ribelavi, e lis rompevi dutis, lis matitis. O volevi il colôr, za di piçule mi plaseve il colôr.
Plin tu âs di imparâ il lapis – tu insistevis e tu spacavis il lapis in doi, tornant a fâ la ponte e tornant a metimi in man la matite. E dopo, cuant che di chê man al vignive fûr un disen, tu lu judicavis e tu disevis che o vevi talent che tu, cence capî che tu za in che etât tu mi fasevis tant che un larie, une larie dal to mistîr, che ti osservave di lontan e e copiave il to mût di lavorâ. Viodistu come che mi visi ancje chescj particolârs? Ma no mi va di visâmi de tô man… Le visi une vore pesante cuant che e cirive di dismovimi e o jeri strache dopo vot oris di sfuarçs par contentâti e cuant che tu provavis a fermâ il gno vaî convulsîf e cence fin. Ce robe strane… Ma o ai propit volût scancelâ chest particolâr. Come ancje, plui indevant tai agns, o ai scancelât lis tòs distruzions: tu sbregatis ducj i miei disens che no ti placevis, disens che no partignivin ae tô comprension artistiche e ti disevin che jo non jeri te. Tu tu sês simpri stade une vore fotografiche e pôc espressive e jo, biel che o cressevi i cirivi di jemplâ la part che ti mancjave cui sintiments e lis espressions di dolôr e di aviliment, copiant i grancj dal passât.  Un jenfri chescj al è Vrubel. I voi dal pinsirôs personaç diabolic su la cime de montagne dal Caucaso cun ator i lilà e la romantiche regjine Tamara, orgoiose e maestose, mi fasevin vaî di gnot. 
Ma cuant che o jeri plui grande, la sensibilitât e je deventade ribelion e la espression de mê lote interiôr si è cjatade tes musis di Gottuso… tal cors di chei agns mi plaseve une vore Gottuso. E tu, su Vrubel, no tu vevis nuie ce dî, ma su chel altri (tu jeris dure tant che il KGB), disint che la piture capitaliste no parten ae nestre concezion e ae nestre politiche. Cjare ‘ma’! Renato Gottuso al jere un comunist! Almancul chest tu vevis di cognossilu par mieç des rivistis che ti rivavin simpi!